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Tags: archeologia | cultura | lampedusa | origini | società | storia | tradizione Caratteristiche storiche, culturali e sociali dell’isola di Lampedusa Parte IV - Il XIX secolo d.C.
di Giuseppe Siragusa
Abbiamo elencato finora 4 tentativi di colonizzazione dell’isola: tre di carattere privato e solo uno ad opera dello Stato. Nel XIX secolo assistiamo a due successive iniziative; l’ultima, nel 1843, sarà quella definitiva.
Nel 1800 il Principe Giulio Maria Tomasi concesse in enfiteusi 2.200 salme di suolo lampedusano al maltese Salvatore Gatt, dietro corrispettivo di 110 once annue a partire dal 1 settembre e “di poi sino all’infinito”. Le intenzioni del Principe vertevano tutte sul massiccio e definitivo sfruttamento del feudo ed il Gatt rappresentava il soggetto adatto cui destinare tali ambizioni. Il maltese infatti si trasferì a Lampedusa con il precipuo compito di farne una fiorente colonia, per se e la sua famiglia, e le prime azioni intraprese dalla sua gente sembravano far riuscire nell’intento.
A dieci anni dal suo approdo sull’isola, Salvatore Gatt subconcesse all’inglese Alessandro Fernandez 1.000 salme di suolo delle 2.200 a lui accordate dal Principe Tomasi, aumentando esponenzialmente il numero di pionieri sull’isola nonché le proporzioni della nascente colonia. Il Fernandez aveva al seguito un cospicuo numero di operai, di donne e di bambini. Le sue intenzioni si sarebbero potute dire simili a quelle del Gatt se non vi fossero altre considerazioni da fare alla luce delle vicende politiche del tempo e del comportamento da Lui adottato una volta stabilmente insediatosi. Si è già parlato infatti, dell’interesse della corona britannica per l’isola di Lampedusa, e la presenza di un inglese sull’isola già dal 1810 si potrebbe collocare proprio in quel disegno strategico che avrebbe portato l’Inghilterra ad impossessarsi dell’isola qualora si fossero rispettate le condizioni poste dal trattato di Amiens (1).
Fino al 1813 dunque, Lampedusa è abitata da una numerosa colonia maltese. Le condizioni in cui versavano questi primi abitanti certo non si possono definire agevoli: mancavano costanti rifornimenti di materie prime e il terreno dell’isola non si prestava alle arti e ai mestieri dei coloni. Nonostante tutto, durante questo quinto tentativo di colonizzazione assistiamo alla creazione di edifici più solidi e di una prima razionalizzazione degli spazi abitati e coltivati. Ma al 1813 risalgono anche una serie di avvenimenti che sconvolgeranno gli equilibri venutisi a creare nella colonia: Fernandez avanzò il sospetto di essere stato truffato dal Gatt nell’effettivo ammontare delle terre concessegli. Le vicende legali che ne seguirono portarono all’abbandono dell’isola dei due contendenti, lasciando sul posto parte delle rispettive discendenze (nel frattempo imparentatesi). La disputa coinvolse anche la famiglia Tomasi, l’accusa era di avere a loro volta gabbato il Gatt in sede di stipulazione del contratto.
Di qui innanzi la vita sociale dell’esigua popolazione lampedusana sarà caratterizzata da una disdicevole anarchia legale e morale (2) . Sull’isola rimasero una trentina di persone, eredi del Gatt e del Fernandez, guidate da Fortunato Frenda, anch’esso maltese, coniugato con Maddalena Fernandez. “Il Frenda nella qualità di enfiteuta del principe succeduto al Gatt si ritenne padrone assoluto dell’isola e non corrispose mai alcun canone […]. Abitava nel castello che inalberava la bandiera britannica” (3) e si arricchì grazie alle intense attività commerciali poste in essere con Malta.
Questo stato di cose si protrasse almeno fino al 1843, anno in cui gli sforzi compiuti dalla vedova Tomasi, Principessa Carolina Wochingher, nel convincere il re di Napoli e Palermo ad intervenire sulla questione lampedusana, trovarono riscontro nell’azione decisa e risoluta del sovrano. Prima di questa data, il Re Francesco I nel 1827, in occasione dell’interesse sull’isola mostrato dal Principe di San Cataldo allo scopo di impiantarvi una colonia di fuggiaschi greci, aveva ribadito la ferma intenzione di acquistare Lampedusa. Soltanto un anno dopo, infatti, vi inviò una spedizione per sincerarsi sulle condizioni in cui versava l’isola e sulle modalità da intraprendere nell’ottica di una futura colonizzazione. Qualche anno più tardi il successore al trono, Ferdinando II, riprese il progetto del padre e ne diede nuovo e decisivo impulso. Nel 1841 istituì una “Commissione per la colonizzazione dell’isola di Lampedusa”, presieduta da Amerigo Amari, accelerò le procedure d’acquisto con la famiglia Tomasi (giunte a compimento il 7 Aprile 1845 a Palermo presso il Notaio Don Giovanni Vincitore) e il 22 luglio del 1843 vennero approvati i provvedimenti e le istruzioni avanzati dalla Commissione per la spedizione.
Il 22 settembre dello stesso anno approdava a Lampedusa la spedizione capitanata dal Cavaliere Bernardo Maria Sanvisente tenente di vascello della Real Marina. Iniziava così la sesta e definitiva colonizzazione dell’isola.
I primi anni della nuova colonia furono faticosi ma prosperi e fruttiferi. Gli artefici di questa sesta iniziativa stavolta potevano contare sull’aiuto e sulla protezione del Regno, fatto significativo questo poiché comportava, oltre che rendite economiche fisse per i coloni, anche una certa costanza nei rifornimenti di viveri e materie prime. Tutti gli uomini al seguito del Sanvisente si dedicarono inizialmente alla costruzione del centro abitato (4) , ad esclusione di alcuni che impiantarono subito attività pastorizie ed agricole e dei pochi maltesi rimasti che, accettando loro malgrado di sottomettersi alla giurisdizione borbonica, continuarono a dedicarsi, nei limiti in cui gli fu permesso, ai loro affari.
Quasi tre anni dopo l’arrivo del Sanvisente, lo stesso Ferdinando II volle constatare di persona l’avanzamento dei lavori a Lampedusa. Il 23 Giugno del 1846 il re approda sull’isola e rimane piacevolmente sorpreso dall’accoglienza riservatagli e dai miglioramenti apportati (5). Un tale gesto di attenzione ed interesse nei confronti della lontana e sempre dimenticata isola, non può che colpire alla luce della storia e delle vicende di Lampedusa finora trattate.
I due anni che seguirono la visita del re, vedono l’intensificarsi delle attività pastorizie ed agricole, oltre al fiorire dei primi vivaci commerci con Malta e Pantelleria (6) e delle redditizie esportazioni di carbone (ricavato da un massiccio ed irrazionale disboscamento).
Nel 1847 si rileva che la popolazione ammontava a quasi 700 abitanti (dei 120 che seguirono il Sanvisente nel 1843).
Dal 1848, anno che coincide con i moti che investirono le antiliberali ed ottuse dittature europee, la colonia subisce passivamente una serie di eventi che rallenteranno i ben avviati lavori di insediamento; primo tra tutti, il richiamo a corte del governatore Sanvisente, vero artefice e promotore di quell’impulso creativo che Lampedusa stava conoscendo. A questo si aggiungeva l’affanno in cui versava il re Ferdinando II nel cercare di restaurare il suo potere, dunque l’impossibilità nel garantire le attenzioni che aveva fino ad allora assicurato alla nascente popolazione lampedusana (7).
Due anni dopo il suo allontanamento (i Borboni avevano frattanto restaurato il loro governo), Bernardo Maria Sanvisente venne rinviato a Lampedusa a continuare la sua opera. La colonia versava ormai in condizioni critiche ed ancor più problematico apparve al Governatore poterne gestire il risanamento poiché il fermento rivoluzionario dei moti del ’48 continuava a minacciare il trono e la serenità del sovrano delle due Sicilie.
Nel 1854, Sanvisente venne definitivamente richiamato e sollevato dal suo incarico; il governo della colonia passò sotto il presidio di una commissione composta da 5 membri. Dello stesso anno è la relazione stilata dall’ingegnere Schirò (8) che fotografa le condizioni sociali ed economiche in cui si trovava la colonia a quel tempo: profondo stato di abbandono, mancata osservanza dei patti sulle concessioni di terra stipulati con i coloni, scarsità di raccolti, mancanza di mezzi e strumenti per la bonifica di una consistente parte dell’isola, devastazione della boscaglia a causa della carbonificazione.
Le grandi prospettive su Lampedusa vengono sommessamente sopite. Gli stessi coloni si sentono abbandonati e dimenticati, costretti in un minuscolo lembo di terra in mezzo al Mediterraneo. Uno “scoglio” che non riescono a sentire neanche proprio perché non giuridicamente in diritto di professarne titolarità e possesso.
Le cose cambiano soltanto nel ’58, grazie alla fortuita scoperta di ingenti banchi di pesce azzurro che transitano nelle acque attorno Lampedusa. I coloni si accorgono finalmente di un’enorme risorsa fino ad allora trascurata: il mare. Nel piccolo porto naturale dell’isola si moltiplicano le imbarcazioni. A quelle locali si aggiungono i pescherecci delle più grandi marinerie siciliane, attirate dalla scoperta.
Per la colonia è l’inizio di una nuova era e l’economia dell’isola si trasforma radicalmente. Vengono quasi del tutto abbandonate pastorizia ed agricoltura e nascono le prime strutture legate allo sfruttamento del pescato.
Nel ’65, ancora un’altra tanto casuale quanto redditizia scoperta incrementerà la crescente fortuna dell’isola. Non molto distante dalle coste lampedusane vi erano enormi banchi di spugne. Le migrazioni verso Lampedusa si susseguirono a ritmo forsennato. Si raggiungeva l’isola da Ustica e Pantelleria, per la pesca azzurra, dalla Grecia e dalla Dalmazia per la pesca delle spugne. Dal ’58 al ’71, dunque, si attraversa un periodo di vivace risveglio economico. Quel sentimento di abbandono e dimenticanza ancora pervade gli abitanti della colonia ma viene facilmente mitigato e represso grazie alle fortune di cui abbiamo appena accennato. I rapporti con il neocostituito Stato Italiano tornarono a tendersi nel 1871 allorquando il Governo Crispi, riprendendo il vecchissimo progetto Borbonico di destinare l’isola a colonia penale, si ricordò di Lampedusa e la volle tra le località adibite a domicilio coatto (9).
Una qualsiasi comunità che goda di ragionevole considerazione da parte di uno Stato avrebbe visto nascere, in un periodo di fervente crescita economica e sociale come quello che aveva investito l’isola dal ’58, strutture ed aiuti istituzionali atti ad incrementare le enormi prospettive economiche che la pesca (e soprattutto la pesca delle spugne) stavano dimostrando di poter offrire (10) . Lampedusa vide invece nascere degli enormi casermoni allineati “dove i deportati di qualsiasi reato venivano rinchiusi dal tramonto all’alba nella condizione più disumana e degradante e nella promiscuità più umiliante”. Non fu tutto. Preoccupati per le ingenti uscite che lo Stato aveva, fino a quel momento, destinato alla colonia per il suo sostentamento, venne portata in Parlamento una mozione che verteva sull’esigenza di sopprimere quell’annuario di L. 54.000 su cui si reggeva l’amministrazione dell’isola. Venne così insignito del titolo di Regio Commissario Straordinario l’avvocato Ulisse Maccaferri, ed inviato a Lampedusa allo scopo di: sopprimere la Commissione Governativa e assumere i piani poteri, analizzare le condizioni economico sociali della colonia e formulare un progetto per elevare al rango di Comune le isole Pelagie. L’avvocato Maccaferri raggiungeva Lampedusa accolto da fortissimi sentori di malessere ed insofferenza per l’assoluta mancanza di riguardi con cui la popolazione, ancora una volta, era costretta a confrontarsi. Con l’inizio delle misure restrittive e correttive che il Commissario avrebbe dovuto intraprendere, coincise una fortissima ondata di emigrazioni (11), sia della popolazione originaria sia di tutti quei lavoratori che erano venuti a cercare fortuna attirati dalla pesca e dalle spugne (12).
Giunto a Lampedusa nel 1872, occorsero 6 anni al Maccaferri per la stesura del progetto e il 2 Giungo del 1878 si assistette al provvedimento ultimo e conclusivo della sua missione: venne celebrata la costituzione del Comune di Lampedusa e Linosa e l’insediamento del Consiglio (13) . L’atteggiamento del Governo nazionale nei confronti della lontana isola non cambiò con l’istituzione del Comune e il periodo che ne seguì fu caratterizzato dalle solite carenze, sia in termini di mezzi che di semplici testimonianze di attenzione. La popolazione, privata dei già miseri privilegi propri dello status di colonia, non supportata (si potrebbe dire quasi ostacolata) nel momento di potenziale sviluppo economico, avvertiva ancora più pesantemente quel sentimento di lontananza e di abbandono che figurava come costante sin dai tempi delle prime rudimentali colonizzazioni. Particolarmente esplicativa in questo senso, è la relazione del tenente di Fanteria Edoardo Avogadro di Vigliano, giunto in missione a Lampedusa il 23 settembre 1879. Durante i sei mesi che il distaccamento trascorse sull’isola, il comandante Avogadro ebbe modo di annotare impressioni e testimonianze riguardo le condizioni socio-economiche in cui versava la popolazione e ne disegnò un quadro alquanto desolante.
Note al testo:
(1) Il trattato di pace stipulato tra Francia ed Inghilterra il 27 marzo del 1802 ad Amiens includeva, tra le varie condizioni, il passaggio dell’arcipelago Maltese sotto il dominio napoleonico. Se ciò si fosse avverato, abbiamo già accennato come gli inglesi avrebbero subito avanzato pretese sull’isola di Lampedusa, quale valida alternativa alla base maltese. (2) Per gli eredi Gatt “ le leggi unicamente consistono in ciocchè desidera il loro capriccio. Riuniti da stretti vincoli di parentela, ma divisi per interessi; l’invidia eccita l’odio, che taciturno serpeggiando, darà campo alla vendetta d’immergerli nell’anarchia” Salvatore Colucci - Tenente incaricato dal Genio nell’ambito di una spedizione a Lampedusa nel 1828. (3) Giovanni Fragapane, Lampedusa, Sellerio editore, Palermo 1993 (4) Vengono realizzate le “grandi opere” di Lampedusa: sette palazzi (tuttora esistenti), case e strade per i nuovi abitanti, frantoi, magazzini, il cimitero. (5) Sanvisente Bernardo, L’isola di Lampedusa eretta a colonia dal munificentissimo nostro sovrano Ferdinando II. Descritta con un cenno delle minori isole Linosa e Lampione, Napoli, dalla Reale Tipografia Militare, 1849 (6) Da Pantelleria veniva importata carne bovina e suina nonché diversi altri generi alimentari in cambio di carbone vegetale e pesce salato. Da Malta anche stoffe e abiti. (7) I coloni non poterono più contare sulla retribuzione degli annuali ne sui collegamenti. (8) Giorgio Schirò - Sull’attualità e l’avvenire delle isole di Lampedusa e linosa, in attuale condizione forestale e solforifera di Sicilia, Palermo, stabilimento tipografico Giliberti, 1860 (9) “Fino al 1871 il Governo italiano, consapevole o no della fortuna che aveva assistito la lontana colonia e i suoi isolani, fu assente nelle provvidenze; né tanto meno prese alcuna iniziativa per facilitare la nascente industria isolana; si limitò solamente a pagare gli stipendi ai pochi impiegati ormai invecchiati nei loro uffici” Giovanni Fragapane, Lampedusa. (10) Considerazione ancor più evidente se si pensa alla noncuranza riservata all’isola e ai suoi abitanti nel corso dei secoli. (11) “I coloni colpiti e immiseriti, ormai avanti con gli anni e impossibilitati alla coltivazione del terreno non disponendo di mezzi economici per le colture; non percependo più né lo stipendio né il sussidio pattuiti trentacinque anni prima, spinti dal bisogno nonché umiliati dal trattamento ricevuto, svendettero case e terreni ed emigrarono in Tunisia, Algeria e taluni molto più lontano, nelle Americhe”. Giovanni Fragapane – Lampedusa. (12) Forse troppo concentrato e risoluto nell’ottusa concezione che vede le isole quali luogo esclusivamente ideale ai domicili coatti, il Governo italiano perde la buona occasione di far diventare Lampedusa una “stazione di pesca di spugne” e uno dei primi mercati in Italia per la lavorazione e il commercio delle stesse. Tale noncuranza induce gli armatori greci e dalmati a trasferire le loro attività a Sfax, sulla costa tunisina. (13) La data delle elezioni fu fissata per il giorno 26 Maggio 1878. Lo stesso Maccaferri, nonostante le comprensibili difficoltà nel formulare una sua lista, si presentò in qualità di candidato sindaco. A sfidarlo nella corsa per la massima carica comunale fu il solo Antonio Conti Dini (“persona influente, consapevole dei problemi di coloni e della colonia dove dimorava ormai da venti anni al servizio dell’amministrazione della medesima”) che riportò una schiacciante vittoria.
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