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Tags: archeologia | cultura | lampedusa | origini | società | storia | tradizione Caratteristiche storiche, culturali e sociali dell’isola di Lampedusa Parte III - Dal XVIII al XIX secolo d.C.
di Giuseppe Siragusa
Se dunque il ‘500 fu un secolo ricco di avvenimenti e fatti evocativi, lo stesso potrebbe dirsi del ‘600. Non cambia lo scenario, si succedono i protagonisti. Le guerre corsare però gravano meno pesantemente sulle coste del Mediterraneo e Lampedusa torna ad essere luogo di:
“visite di rinnegati, di cavalieri di Malta, di naviganti che si rifugiano dalle tempeste e sbarcano sull’isola coperta di verde, la macchia mediterranea che cadrà più avanti sotto i colpi dei coloni. Di tutti quelli che assetati scendono sulle spiagge per attingere l’acqua salmastra dai pozzi scavati da Dragut quando aveva fatto dell’isola un luogo di riposo, di ristoro o di riflessione o per programmare le sue corse lungo le rotte dei venti, sempre più avido e terribile” (1). Le condizioni cominciano comunque a divenire favorevoli per i primi tentativi di colonizzazione e il XVIII secolo vede susseguirsi una serie di iniziative volte in tal senso. La prima si potrebbe definire quantomeno curiosa: nel 1712 un prete francese chiese ed ottenne dal Baly de Boccaye (funzionario incaricato degli affari di Francia a Malta) un salvacondotto per raggiungere l’isola e stabilirvisi vivendo da eremita. Le vicissitudini di un singolare e strano monaco non costituirebbero notizia degna di nota se non fosse che questo primo salvacondotto rappresenta un forte segnale a testimonianza del tacito ma deciso interesse che molte nazioni nutrivano per quell’isola al centro del Canale di Sicilia (nonostante fosse nota la sua appartenenza territoriale al regno delle due Sicilie e il suo nome comparisse tra i titoli di un importante casato siciliano). Tanto più che al firmano rilasciato al prete nel 1712 se ne aggiunsero altri due: il secondo venne concesso ad un ecclesiastico maltese e ad un mercante francese con al seguito 5 persone, richiesto allo scopo di fissarsi sull’isola e farne fortuna con le navigazioni per le rotte d’Africa; un terzo nel 1764, per 40 persone (alle quali altre si accodarono con il passare degli anni), che potremmo considerare il primo consistente tentativo di impiantare una colonia di sfruttamento a Lampedusa.
Negli stessi anni in cui l’ambasciata di Francia a Malta rilasciava benestare (pur senza diritti) a quanti si mostrassero desiderosi di cercare fortuna sull’isola, la famiglia Tomasi compiva l’unico sforzo di consolidare, presso la cancelleria del regno, l’atto di possesso ereditato dai Caro. Soltanto nel 1768 un discendente di Mario Tomasi, Ferdinando II, accorto politico e diplomatico, si ricordò del lontano feudo che da due secoli la famiglia possedeva senza trarne alcun vantaggio economico e, fortemente preoccupato dalla presenza sull’isola di maltesi e francesi, si adoperò nello stipulare accordi con tale Gabriele Orlando Bres, allo scopo di valorizzare il feudo e “realizzare impresa”. (2) Suddetta iniziativa rappresenta la terza di carattere privato sebbene per la prima volta sia il Principe che il Bres ebbero cura di informare e cercare di coinvolgere il re delle due Sicilie, Ferdinando IV di Borbone, nel progetto. In particolare, chiedevano al sovrano un sostegno militare per le difese della colonia e un appoggio diplomatico per fronteggiare le ingerenze di Malta e di Francia.
La definizione degli accordi richiese degli anni. Oltre alle lungaggini burocratiche, “l’importunità di Malta” (3) non accennava a diminuire. All’ambasciata francese arrivarono pressioni e richiami ad opera delle diplomazie dei due Stati, ma l’atteggiamento ostruzionista del De Pennes (4) finì con il prevalere sulle intenzioni del Principe e del Bres, tanto da riuscire a far arenare il progetto.
Ben consapevole di questo increscioso precedente, alcuni anni dopo, nel 1776, Giuseppe Maria Tomasi II, segue le orme del padre nel tentativo di sfruttare il feudo, ma sceglie una via alternativa. Offre l’isola al sovrano, nella speranza che Questi vi attui gli stessi tentativi di colonizzazione da Lui intrapresi nelle isole di Ustica e Ventotene; trasformare dunque Lampedusa in colonia penale. Purtroppo anche questa quarta iniziativa, la prima a carattere pubblico, non ebbe successo. Le cause sono da ricercare, oltre che nelle vistose “carenze organizzative”, in una forte epidemia di peste, proveniente dalla Libia e da Malta, che in quegli anni investì l’isola.
È un periodo questo, di fermento politico e diplomatico per Lampedusa. Oltre ai tentativi di colonizzazione, di cui si è appena detto, la fine del XVIII secolo offre due spunti di riflessione molto interessanti. Nel 1790 infatti, si annota il vivo e consistente interesse manifestato da due delle maggiori superpotenze dell’epoca, Russia e Inghilterra, nell’accaparrarsi il possesso dell’isola: Con l’ascesa al trono di Francia di Napoleone Bonaparte, gli equilibri degli stati europei vennero pesantemente messi in discussione; così come sulla terra ferma, l’onda d’urto napoleonica si avvertì considerevolmente anche sul mar Mediterraneo e alle pretese francesi sull’isola di Malta, fecero eco le ambizioni inglesi di acquistare dai Tomasi l’isola di Lampedusa. Preoccupati di perdere un così importante approdo per le proprie flotte dunque, la corona britannica si mobilitò immediatamente nel tentativo di trovare una valida alternativa. Il progetto d’acquisto non andò in porto, resta nondimeno da chiedersi quale sarebbe stato il presente dell’isola se si fossero concretizzate le intenzioni inglesi.
Più consistente invece fu il tentativo della Russia di assicurarsi le potenzialità strategiche di Lampedusa. L’Impero, destatosi ad opera di Pietro il Grande e Caterina II, mostrava di voler espandere i propri confini e la propria influenza con una grande e massiccia politica di colonizzazione. Questa pericolosa attività espansionistica passava per un vasto programma d’armamento. La Russia creò dunque una sua flotta per i mari del sud, motivando tale gesto con la fittizia pretesa di “protezione internazionale della navigazione commerciale delle potenze neutrali durante la guerra tra l’Inghilterra e le sue colonie americane”. Contestualmente, all’Impero occorreva un appoggio sul Mediterraneo per la sua armata e le attenzioni russe si concentrarono ben presto su Lampedusa. Più che all’accorta Caterina II, è al suo primo ministro, il principe Potemkin, che si deve attribuire la lungimiranza nel cogliere, in quell’isola al centro del Canale di Sicilia, tutte le necessarie credenziali per assolvere alle loro necessità (prima fra tutte quella di contrastare o controllare da vicino la flotta inglese con base a Malta). Il Principe stilò perfino un ambizioso progetto, di cui ancora oggi si conserva il testo in appendice all’opera pubblicata dal D’Avezac con il titolo “Tavola storica, politica e moderna dell’impero ottomano”. Anche quest’impresa però fallì, nonostante la sollecitudine nel caldeggiarne la realizzazione da parte della stessa Caterina II presso la corte di Napoli (fallimento probabilmente riconducibile al consenso espresso in seguito dal re ad ospitare la flotta russa nei porti siciliani).
Note al testo:
(1) Giovanni Fragapane, Lampedusa, Sellerio editore, Palermo, 1993 (2) Andrea Vitello, Giuseppe Tomasi di Lampedusa, Sellerio editore, Palermo, 1987 (3) “Il De Pennes incaricato degli affari di Francia, accreditato in Malta, con capricciosi impedimenti da lui frapposti, medita di togliere al possessore ogni diritto e disporre a suo modo di un isola aliena, e indipendente in tutto dal suo Ministero, e soprattutto ai pregiudizi sui sovrani diritti del Re Nostro Signore, giacchè si tratta di una Isola adiacente, e dipendente da suoi Reali Domini” In Grandi Archivi Affari Esteri, Registro II
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