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Dal IX al XVIII secolo d.C.
Caratteristiche storiche, culturali e sociali

Tags: archeologia | cultura | lampedusa | origini | società | storia | tradizione

Caratteristiche storiche, culturali e sociali dell’isola di Lampedusa
Parte II - Dal IX al XVIII secolo d.C.
di Giuseppe Siragusa

Siamo dunque intorno agli inizi del IX secolo d.C. e Lampedusa conosce, di qui innanzi, l’ennesimo vuoto di notizie.
È questo il periodo di oscurantismo storico che più induce alla fusione tra cronaca e leggenda poichè, per sei secoli, uniche testimonianze documentate sono fatti di particolare suggestione: la conquista dell’isola, nel 1127, da parte di Ruggero II, primo re di Sicilia (1); un’”accurata” descrizione resa dal grande geografo arabo Al Idrisi nel suo “Libro dell’uomo avido di conoscere gli orizzonti” (2), pubblicato nel 1154; esattamente 100 anni più tardi, la visita del re “santo” Luigi IX, di ritorno dalla settima crociata; infine, riferimenti indiretti in 3 documenti diplomatici (1287 - 1290) relativi alla ferma volontà di re Giacomo II di Sicilia nel mantenere il possesso della stessa e delle isole minori (3).

Dal XV secolo la storia di Lampedusa si infittisce finalmente di cronache e documentazioni.
Nel 1436, Alfonso V d’Aragona, fautore della riconquista spagnola del regno di Napoli e della Sicilia, concede l’isola al barone di Montechiaro Giovanni Caro, “cameriere del re”, distintosi per “lealtà” e “valore” e altri “atti di devozione al sovrano”. Passeranno però tre secoli prima che la famiglia Caro eserciti licenza di popolarla e Lampedusa continua a fungere da rifugio estemporaneo di pirati e flotte regali per tutto il ‘500 e il ‘600. Sono epoche caratterizzate da epici scontri fra corsari, guerre continentali per l’egemonia sul vecchio continente e sul Mediterraneo, feroci scorribande barbaresche e fitti commerci navali tra oriente ed occidente. Il quadro ideale per esaltare le enormi prospettive strategiche che l’isola offre.

I primi a coglierne le utili potenzialità furono i corsari ottomani che, sotto il comando del temibile Rais Dragut (allievo del più famoso Kair-ad-din, detto Barbarossa), vi scavarono pozzi d’acqua e la usarono come spola per le loro incursioni contro i cristiani d’occidente. Negli stessi anni Lampedusa era frequentata assiduamente anche da Cavalieri di Malta, il cui Ordine vantava l’esclusivo appannaggio di prelevare i doni votivi posti sull’altare del santuario locale da eremiti o convogli di passaggio (4) , ma successivamente legò anche il suo nome ad uno dei più consistenti tentativi di ridimensionare la crescente offensiva corsara:
Nella primavera del 1550 infatti, il re di Francia Carlo V incaricò l’ammiraglio genovese Andrea Doria di armare una flotta e fare rotta verso il sud della Sicilia trasformando, di li a poco, le acque che circondano le Pelagie in teatro di ferocissimi scontri navali e le loro coste in ripari sempre più ambiti e ricercati da entrambe le forze contendenti (5).

Erano questi i secoli della letteratura epica e dei poemi cavallereschi; due decenni prima della spedizione del Doria, Ludovico Ariosto scriveva già il suo “Orlando Furioso” e nulla vieta di pensare che abbia attinto fortemente dalle cronache di quei tempi scegliendo di ambientare lo scontro finale tra cristiani e saraceni proprio sull’isola di Lampedusa. Il fascino evocato dal grande combattimento fra tre paladini cristiani, Orlando, Brandimante e Oliviero, e tre re saraceni, Gradasso, Sobrino ed Agramante, trova la giusta enfasi nel canto XLII dell’opera (dove l’autore descrive la sanguinosa sequenza quasi colpo per colpo, in ben 34 stanze) quanto nella memoria e nei luoghi simbolici dell’isola in cui avvenne il terribile scontro (esiste tutt’ora a Lampedusa la contrada “Cavallo Bianco” – quello dell’eroe cristiano, ucciso da Gradasso – “l’orma di Orlando” e persino le “Quattro torri di Orlando”). (6)

Sul finire del XVI secolo si registra un’ulteriore atto significativo con il passaggio della proprietà del “feudo semplice” di Lampedusa dalla già citata famiglia Caro alla ben nota famiglia Tomasi (della quale esponente di chiara fama sarà il Giuseppe Maria, autore del “Gattopardo”). La successione avvenne per diritto ereditario, posto che il capostipite del ramo siciliano dei Tomasi, Mario, capitano d’armi a Licata dal 1580, sposò in seconde nozze, 3 anni dopo il suo arrivo in Sicilia, Francesca Caro e Celeste primogenita del Barone Ferdinando Caro. Nonostante il passaggio del titolo ad un nuovo casato, il disinteresse nei confronti della lontana isola caratterizzerà anche gli atteggiamenti delle successive generazioni dei Principi di Lampedusa, almeno fino al XVIII secolo.


Note al testo:

(1) Ruggero II (1095-1154), dando seguito all’iniziativa del padre Ruggero I d’Altavilla (artefice della prima conquista normanna della Sicilia nel 1061) ne ampliò le mire espansionistiche giungendo a farsi incoronare Re di Sicilia dall’acerrimo nemico Papa Innocenzo III, sconfitto anch’egli in battaglia a Galluccio nel 1139.

(2) “L’opera è un’eccezionale testimonianza della cultura geografica del XII secolo, contiene tutte le informazioni raccolte nel corso dei suoi viaggi, nonchè i resoconti dei viaggiatori siciliani” (Wikipedia, enciclopedia libera). Può essere paragonata ad una sorta di dettagliato campionario delle conquiste territoriali del suo mecenate, Ruggero II. Il testo è infatti conosciuto anche come “Libro di re Ruggero”. Pubblicato in 9 tomi, tra il 1970 e il 1985, dall’Università degli studi di Napoli “L’Orientale”.

(3) Particolare interessante e curioso se si considera che pochi anni dopo, con il trattato di Anagni nel 1295, Giacomo II cedette la Sicilia a Carlo d’Angiò in cambio di Corsica e Sardegna, scatenando la reazione dei siciliani che, mossi dall’insofferenza per gli angioini quanto dall’odio verso l’attuale reggente, offrirono il trono al fratello di quest’ultimo, Federico III d’Aragona.

(4) Massa, della Sicilia in prospettiva, Palermo 1709

(5) Partito da Genova con al seguito 20 navi da guerra ed incrementata la flotta con forze apportate dai viceré di Napoli e Sicilia (rispettivamente don Garcia de Toledo e Giovanni Vega), Andrea Doria sbarcò a Tuinisi e conquistò in poco tempo le maggiori roccaforti ottomane fino a raggiungere Mehdije, suo vero obiettivo, quartier generale del corsaro Dragut. Lo scontro fu violentissimo ma la città, dopo 74 giorni d’assedio, fu conquistata. L’esito favorevole della campagna fu guastato soltanto dall’impossibilità di catturare il corsaro nemico che, nonostante le pesanti perdite subite, riuscì in poco tempo a ricompattare le forze e continuare nelle sue scorribande, questa volta ancora più sanguinarie e crudeli perché mosse dal desiderio di vendetta. In questo cruento scenario, Lampedusa si ritaglia, nel bene e nel male, un ruolo da protagonista: funge da stazione di rifornimenti per la flotta genovese durante il ritorno in patria, ma anche da facile occasione per le già citate ritorsioni ottomane. Vi è anche un episodio sicuramente nefasto per cui, ancora oggi, le gesta e le vicissitudini dei Doria vengono ricordate e tramandate dagli uomini di mare lampedusani. Nell’estate del 1551 Antonio Doria, nipote del famoso ammiraglio, partì da Genova con una flotta di 15 Galere. Il suo compito era rifornire le guarnigioni imperiali rimaste a difesa di Mehdije. A più di metà del suo viaggio, il 7 luglio, il convoglio fu colto da una terribile tempesta, proprio al largo dell’isola. La violenza e la furia della bufera trascinò le galere fin sotto le alte scogliere della parte nord di Lampedusa, facendo schiantare e disintegrare ben 8 delle 15 imbarcazioni di cui era composta la flotta. Solo la forte luce propagata dai lampi della tempesta permise alle 7 galere che seguivano in coda di percepire il pericolo e riuscire a salvarsi. Morirono in quell’occasione più di mille uomini dell’equipaggio.

(6) Ludovico Ariosto, Orlando Furioso, 1516-1528; in verità, l’opera è anche una preziosa fonte per accertare le supposizioni fatte finora riguardo il ruolo assunto dall’isola in quei secoli. Nei canti precedenti e propedeutici lo scontro infatti, si racconta dell’arrivo a Lampedusa di due re saraceni spinti dal bisogno di trovare riparo durante una tempesta e che qui vi trovarono un terzo re saraceno (giunto sull’isola per lo stesso motivo) insieme al quale lanciarono la sfida ai paladini cristiani « ... senza indugio un messo si ritrova il qual sì mandi agli africani lidi / e da lor parte il Conte Orlando sfidi. Che s'abbia a ritrovar con numer pari / di cavalieri armati in Lipadusa. Un'isoletta è questa che dal mare/ medesmo che la cinge è circonfusa». (Canto XL, stanza 55).

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