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Tags: baglioni | clandestini | concerto | cultura | festival | guitgia | lampedusa | migrazioni | musica | nannini | oscià | solidarietà | spettacolo Con un’estate segnata dai respingimenti dei disperati in arrivo dalla Libia, e con un sindaco che s’è fatto agosto al fresco per l’accusa di concussione, non dev’esser stato facile per Claudio Baglioni rimettersi al lavoro su O’ Scià, «Festival-laboratorio permanente sull’integrazione culturale» come dice il sottotitolo della manifestazione arrivata al numero 7, che si è chiusa ieri sera.
Baglioni, si sa, è un pragmatico. Sta lontano da ideologie e movimenti e si muove egregiamente nei rapporti con le istituzioni che sorreggono la kermesse: l’idea che gli è venuta, è stata di proporre, attraverso la Fondazione O’Scià, il Nobel per la Pace all’isola (spellacchiata ma ugualmente fascinosa, immersa in un bellissimo mare ancora oggi pieno di turisti e orrendi ombrelloni) che «ha salvato tanta gente». Idea gradita alla Presidenza del Consiglio e respinta da Articolo 21 e dalle organizzazioni pacifiste, che addirittura hanno evocato per la proposta le logiche della propaganda nazista.
In questo mare procelloso di dibattiti e onde vere, ieri il Divo Claudio ha dovuto spiegare come possono secondo lui convivere i finanziamenti del Governo al Festival e la politica del respingimento: «Il pensiero è lo stesso di sempre, le misure sono differenti e io non ci vedo cattiveria, solo la volontà di dare un segno. Anche se il respingimento tout court è contro l’idea di una nazione civile». E dopo aver smentito di voler fare il sindaco come aveva invece lasciato intravvedere l’altra sera («Ho un mestiere e caso mai farei l’architetto»), ha confessato: «La manifestazione è appesa a un filo: senza le istituzioni, e solo con sponsor, non la farei più», per poi dedicarsi al compito di padrone di casa di una colorita pletora di colleghi & affini, venuti per quattro sere sul palco della Guitgia sempre più tecnologico.
Un enorme maxischermo era visibile a grande distanza a orde di locali e turisti arrivati in massa, soprattutto ieri nella serata più nazionalpopolare, per via di due nomi da Amici, Marco Carta e Alessandra Amoroso (i cui acuti, alle prove pomeridiane, si sentivano a svariati chilometri). Sono questi del resto i personaggi che attizzano l’immaginario giovanile, anche se poi vengono cancellati da una star che mette tutti d’accordo: Gianna Nannini, più spettinata e carica che mai; altri nomi pescavano nel multiforme panorama delle sette note, da Branduardi a Daniele Silvestri (un disco in arrivo l’anno prossimo), fino a Ficarra e Picone, fra i comici che hanno rallegrato ogni serata: come del resto Antoine Michel, star locale che sempre ha aperto con i suoi suoni etnicamente contaminati.
Il padrone di casa ha cantato e duettato e fatto da sé. Ma curiose sono, da sempre, le sue scelte come direttore artistico: «un’idea di festa e contaminazione», dove per contaminazione si intende invece un allegro mescolare l’alto e il basso, e artisti di destra e sinistra com’è successo venerdì, quando accanto allo scatenato twist del filogovernativo Edoardo Vianello, ancora alle prese con i Watussi, hanno trovato posto Fiorella Mannoia, in un intenso set per voce e pianoforte, e il raffinato rock Anni Settanta della Pfm tornata a una bella vita live, con i ricami chitarristici di Mussida.
Per l’ottima Alice, ancora ci si chiede il perché di apparizioni tanto avare nei decenni (saranno i soliti discografici, o lei medesima?), mentre solido e inevitabilmente tenero è stato il set che ha visto insieme Giovanni e Claudio Baglioni: un figlio virtuosissimo della chitarra, un padre assai compreso. Dal quale si aspettano prima o poi nuove opere, per far riposare un poco l’usato repertorio.
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