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Giovani Lampedusa
La tragedia degli sbarchi a Lampedusa e il mondo da ripensare. Un libro di Aldo Morrone
Scritto da Linkontro.info   
Martedì 23 Giugno 2009 12:34

Tags: clandestini | cultura | europa | lampedusa | libro | migrazioni | morrone | società

Lampedusa, Porta d'Europa. Un sogno per non morire“Se tutti ci laureassimo avremmo il 20% di morti precoci in meno”, scrive Aldo Morrone a pagina 29 del suo nuovo libro dal titolo “Lampedusa, porta d’Europa. Un sogno per non morire” (Edizioni Scientifiche Ma.Gi. 2009, 166 pp. 15 euro).
Negli ultimi dieci anni le disuguaglianze di salute tra persone più o meno istruite sono aumentate ulteriormente. L’istruzione è una cosa che conta per i nostri corpi, così come la povertà o la ricchezza. Così come l’essere o meno un migrante. E “cosa significhi l’espressione ‘corpi migranti’ non lo sappiamo ancora bene”, scrive Morrone (p. 26), che è Direttore Generale dell’Istituto Nazionale per la promozione della salute delle popolazioni Migranti e per il contrasto delle malattie della Povertà (Inmp) di Roma.

Il volume di Morrone vuole fornire uno sguardo a tutto tondo sul fenomeno migratorio. Lo fa a partire da un’esperienza concreta, quella dei lunghi mesi da lui trascorsi a curare persone presso il Centro di Soccorso e Prima Accoglienza per immigrati dell’isola di Lampedusa, un’esperienza che ha oggi un significato che la trascende. “La prima cosa che si impara al Centro è quella di stare semplicemente acanto alle persone, sia immigrate, sia operatori con i quali spesso è sufficiente uno sguardo per intendersi e dissolvere paure inconfessate. Dalla paura delle malattie, alla paura dei contagi di patologie esotiche” (p. 65).

Molte altre cose si imparano in seguito: si impara che a Lampedusa si arriva – quando ci si riesce – senza neanche una piccola valigia per custodire le cose più care, la quale occuperebbe uno spazio che le organizzazioni criminali internazionali vendono invece, con ben più guadagno, a un altro passeggero; si impara che queste persone viaggiano con addosso tre o quattro paia di pantaloni, per poterli a mano a mano sfilare e gettare in mare quando gli strati più intimi si sono riempiti di secrezioni; si impara che le donne e gli uomini che scendono dalle barche non riescono a esprimere la felicità di averla scampata perché sono sotto shock per quel che hanno alle spalle, per le violenze subite, per essersi dovuti fidare di sconosciuti che avrebbero potuto derubarli e ucciderli, per aver visto morire sotto i loro occhi qualche compagno di viaggio, come la ragazza dell’imbarcazione Pinar che non è stata rapida ad afferrare la corda lanciatale e ora giace nel piccolo cimitero dell’isola insieme a tanti senza nome.

Quando la tensione si faceva insopportabile, Morrone si rifugiava nella solitudine, quasi in ascolto delle voci degli immigrati pronti a imbarcarsi. “Mi sembrava di sentire le loro voci, le urla di paura di quelli che avrebbero voluto rinunciare ma che minacciati anche con la pistola, dovevano salire su quelle bare naviganti, perché le organizzazioni criminali non potevano accettare rinunzie e restituire soldi già incassati. Quando il vento era più forte mi sembrava di sentire quelle voci in lingue incomprensibili” (p. 160). Una sensazione già provata nel museo di Ellis Island, la piccola isola nella baia di New York, frontiera di ingresso per gli Stati Uniti che ha accolto le speranze di tanti italiani. Una lunga parte del libro è dedicata proprio al paragone tra la Lampedusa di oggi e la Ellis Island dei decenni a cavallo tra Ottocento e Novecento. Attraverso tale paragone, Morrone cerca di rispondere alle domande più importanti su che cosa si nasconda dietro gli sbarchi degli immigrati a Lampedusa. Prima di tutto: perché emigrare? E poi: chi gestisce i traffici? E come lo fa?

Quel che accade a Lampedusa è il cuore di un problema umanitario che ci coinvolge tutti e che ha la sua ovvia origine in una distribuzione ineguale delle ricchezze. Resta allora la grande ferita che la lettura del libro di Aldo Morrone contribuisce a riaprire. La ferita e il senso di colpa e di impotenza. “Tutti noi”, scrive Morrone (pp. 54-55), “dovremo un giorno vergognarci per non aver saputo alzare la nostra voce per contrastare e lottare questo moderno genocidio che, a differenza delle navi negriere, accade sotto gli occhi delle telecamere di tutto il mondo”.
 
 
 
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